Evangelii Gaudium

Capitolo secondo: Nella crisi dell’impegno comunitario

In questo secondo capitolo Papa Francesco riflette sugli aspetti della realtà che possono arrestare o indebolire l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale.

Innanzitutto dice no a un’economia iniqua, che esclude e uccide. «Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre di fame. (…) Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole (…) grandi masse di popolazione sono senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita» (53).

Dice ancora no alla nuova idolatria del denaro, di cui accettiamo pacificamente il predominio su di noi. Il primato non è più dell’essere umano, ma dell’economia che riduce l’uomo ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo. È il denaro, l’economia che governa senza uno scopo veramente umano. C’è un rifiuto dell’etica e di Dio perché l’etica e Dio relativizzano il denaro e il potere, condannando la manipolazione e la degradazione della persona e chiamando l’essere umano alla sua piena realizzazione e a un ordine sociale più umano. «Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli (…) attraverso una solidarietà disinteressata e un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano» (58).

La cultura relativistica «in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare a un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali» (61).

«Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello e finisce per portarci a una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. (…) Si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» (64).

«La famiglia attraversa una crisi culturale profonda (…) Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. (…) L’individualismo indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone. (…) L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali» (66 – 67).

Di fronte alle diverse forme di guerra e scontri noi cristiani insistiamo sulla proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci «a portare i pesi gli uni degli altri». È importante, prosegue il Papa, una cultura segnata dalla fede: «una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine» (68).

Si assiste a una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico, per la mancanza di spazi di dialogo in famiglia, l’influsso dei mezzi di comunicazione, il soggettivismo relativista, il consumismo.

Parlando delle sfide delle culture urbane il Papa afferma che Dio comunque accompagna la ricerca di senso dell’uomo, vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero. Occorrono spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane. La città è un ambito multiculturale e la Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile. La città, mentre offre ai cittadini infinite possibilità, mostra numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Molte città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione e giustizia. Nelle città facilmente si incrementano il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, varie forme di corruzione e di criminalità. «La proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della vita umana in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nelle città vita in abbondanza. Il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone è il miglior rimedio ai mali della città. (…) Vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città» (75).

Un altro aspetto che può arrestare o indebolire l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale sono le tentazioni degli operatori pastorali. «Il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità» (82) che dia senso all’azione. Il Papa dice no al pessimismo sterile e cita Papa Giovanni XXIII: «alcuni (…) nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai. (…) A noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente (…) sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (84). «Il senso di sconfitta ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. (…) Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna (…) ricordare quello che disse il Signore a S. Paolo: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (85). In alcuni luoghi si è prodotta una “desertificazione” spirituale, prosegue il Papa, ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi. «Nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere. (…) E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza» (86). Il Papa rileva ancora che alcuni operatori pastorali cercano, al posto della gloria del Signore, la gloria umana, il benessere personale, una mondanità che si riduce a rimanere centrati su se stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. «Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza» (97).

Papa Francesco dice un fermo no alla guerra tra noi cristiani: «Mi fa tanto male riscontare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni. (…) Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?» (99). Se coloro che sono feriti da divisioni sperimentano, invece, la testimonianza di comunità cristiane autenticamente fraterne e riconciliate vedono una luce che le attrae.

Il secondo capitolo dell’Evangelii Gaudium conclude prospettando quattro grandi sfide rivolte ai pastori e a tutta la Chiesa:

  • la prima sfida riguarda il «ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa» (104);
  • la seconda sfida riguarda i giovani: «la proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito che apre strade nuove» (105);
  • la terza sfida è il fatto che «in molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata» (107);
  • la quarta sfida è data dagli anziani che «apportano la memoria e la saggezza dell’esperienza, che invita a non ripetere stupidamente gli stessi errori del passato» (108).

Francesco Patassini

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